sabato 6 aprile 2013

Il corridoio delle voci sull'Indice dei libri di aprile


Vite randagie in camere d’albergo

Di Luca Ruffinatto
Matteo De Chiara
IL CORRIDOIO DELLE VOCI
pp. 160, € 14,50, La Vita Felice, Milano 2012
Con Il corridoio delle voci, segnalato nel 2012 dal Comitato di lettura del Premio Calvino, Matteo De Chiara rivela una notevole maturità di narratore: il lettore si fa trascinare con evidente piacere in un romanzo teso e concentrato, provvisto di una traiettoria precisissima che non deflette mai dal percorso preordinato, che è quello di descrivere la parabola inesorabile di un uomo in fuga da un’assenza lacerante. Abbandonato dalla giovane moglie, il protagonista incessantemente e quasi con voluttà tritura e sminuzza ricordi taglienti come schegge di vetro, e trascina la propria ossessione lungo i percorsi adusati di una città anonima e paradigmatica al contempo, finendo per incagliarsi, tramite gli uffici di un ambiguo sensale – sorta di deus ex machina a rovescio – in un misterioso albergo: un rifugio nascosto al riparo di un’anodina periferia, vibrante di vite randagie e clandestine. In questo anonimo crocevia di destini, il percorso dell’eroe andrà incontro a un clinamen inatteso e, a suo modo, irreversibile. Il perno attorno cui ruota il romanzo è proprio l’albergo Astron, dal cui corridoio il protagonista ascolta sospiri e voci spezzate che, come uno squallido e irresistibile canto di sirene, lo legheranno inesorabilmente a quelle stanze. Qui la vicenda subirà un’accelerazione fatale e spingerà il protagonista a dare corpo ai ricordi che lo perseguitano: le memorie lancinanti assumeranno consistenza carnale, per così dire: le voci e le immagini del passato che lo inseguono si assesteranno su un piano più vivido e concreto della realtà quotidiana (il lavoro, la casa), la quale a sua volta, a poco a poco, finirà per perdere consistenza, per ridursi a fondale indistinto e dissolversi da ultimo in un clima allucinato.
De Chiara non aspira certo alla prosa d’arte: nel Corridoio delle voci la priorità spetta senza meno alla storia, però l’autore si ingegna di servirla al meglio con uno stile rattenuto ed efficacissimo; una prosa asciutta e tagliente come un bisturi, che mette in luce la bella capacità di ritagliare i pochi personaggi con ruvida evidenza (vedi ad esempio l’ineffabile tassista Hugo, o la dolente Mary) e, più ancora, di conferire mistero e spessore ai più tipici e squallidi non-luoghi metropolitani: un ospedale, un albergo a ore. L’estrema tensione che promana dalle pagine del romanzo, accentuata da una vicenda condotta con maestria come su un piano inclinato, e la scelta di una lingua deliberatamente antiletteraria, ancorché votata alla massima efficacia drammatica, non possono non far pensare (toute proprortion gardée) al Simenon non maigrettiano, quello della Camera azzurra o della Casa sul canale, per intenderci. Ma non tragga in inganno il paragone (né lo si prenda troppo alla lettera): De Chiara possiede con ogni evidenza una voce personale e sicura, oltre al talento di saper raccontare una storia.
L. Ruffinatto è giornalista e lettore del Premio Calvino

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