venerdì 5 aprile 2013

Avevo vent'anni


Avevo vent'anni.
Non permetterò
a nessuno
di
dire
che
questa
è
la più bella
età della vita.

Comincia così Aden Arabia di Paul Nizan, cronaca di un viaggio in Arabia compiuto da un Nizan appena ventenne ma già inquieto, strenuamente convinto della propria diversità. Una cronaca che si regge su questo inizio incandescente, violento nel suo rifiuto di qualsiasi compresso, di qualunque accenno consolatorio.
Me lo immagino fiero sul ponte maleodorante di una nave Nizan, il profilo rivolto verso l'orizzonte, l'espressione immutabile con una smorfia di disapprovazione verso quello che lo circonda. Un esule, fiero di esserlo come doveva essere orgoglioso del suo strabismo, della sua prosa viva che sezionava le cose che lo circondavano, i comportamenti, le brutture svelandole in tutta la loro essenza.
Era il più vivo tra i vivi Nizan? E' possibile, di certo lo era la sua scrittura capita poco, accolta con diffidenza, criticata. Ma più di ogni altro passaggio di Aden Arabia è quella frase iniziale che resta incisa nello sguardo, nella memoria di chi la legge come se tutto il resto del libro vivesse solo per reggerne il senso, per portarne il peso.
Nizan è un giovane bel mostro, come ha scritto Sartre, destinato a vivere senza nascondersi, a capitalizzare la sofferenza, a lasciarci in eredità, lui morto ad appena trentacinque anni, se non un libro intero almeno una frase indimenticabile con la quale siamo obbligati a confrontarci.

Ho quasi il doppio degli anni di Nizan ventenne e ancora non so quale sia l'età più bella della vita.



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