martedì 10 aprile 2018

Corpo e anima


Un film davvero bello sfuggito a gran parte degli spettatori per via della nazionalità ungherese e degli attori da noi ignoti, che rappresenta la diversità tra uomini e donne, la ricerca di contatti umani, la violenza della vita che resta sottotraccia a partire però dal titolo scoperto: Corpo e anima.
Due parti, quella fisica e l'altra spirituale che cercano di incontrarsi, di trovare un accordo fra sguardo e tatto, fra parole e impulsi. Da sfondo all'incontro tra un uomo e una donna, un luogo tra i più fisici e orrendi: un mattatoio dove gli sguardi spalancati degli animali sembrano interrogare l'indifferenza degli uomini e del tempo estivo, del vento fra gli alberi e del sole che scivola luminoso sulle cose senza riscaldarle fino in fondo.
E' qui che nasce e prende forma l'attrazione tra il direttore e una delle impiegate, entrambi soli, taciturni, isolati dalle rispettive complicazioni emotive. I due vivono sfiorandosi e sognano di essere due cervi che si rincorrono in un bosco, due corpi che si sfiorano e indirizzano occhiate, che si annusano e cercano perché è nella ricerca di contatti, in questo bisogno viscerale ed estremo, nel fremito che spinge i corpi a incontrarsi forse la sola spiegazione di quello che siamo.





Da vedere e rivedere.















martedì 28 novembre 2017

Tutto quello che vorremmo esprimere ma che non riusciamo a dire.


Spesso mi capita di provare, prima ancora di pensare, cose che vorrei dire e che non riesco a esprimere.
In questo senso le parole dovrebbero essere d'aiuto a far emergere il rimosso, l'indicibile, quello che non si riesce a definire abitualmente.
Mi viene in mente la frase dello sceneggiatore e poeta Tonino Guerra a proposito delle immagini di Antonioni: Sono così belle da far precipitare le parole. Da un po' mi rendo conto che le mie parole precipitano, mi sfuggono, finiscono per perdersi non davanti alla bellezza di un'immagine, ma per il motivo opposto. Si arrendono davanti alla mancanza di prospettive, arretrano, si smarriscono nella confusione o per l'assenza di qualcuno con cui condividerle. Nell'epoca della comunicazione, dei social media, dei messaggi espressi in qualunque modo le parole vengono scelte con sempre minore accuratezza e sempre maggiore velocità.
All'immediatezza di un messaggio non corrisponde la necessaria profondità di contenuto, non scegliamo parole fatte per restare o che ci rappresentino nel modo migliore possibile. Il possibile finisce per essere quello che può andare bene al momento, tutto ciò che è risaputo, che non comporta rischi.




Questa mancanza di parole, anche se non ce ne accorgiamo o fingiamo di non accorgercene, condiziona la nostra vita, la impoverisce. In fin dei conti non abbiamo molto di più.
Ci resta tutto quello che vorremmo esprimere ma che non riusciamo a dire.

martedì 27 giugno 2017

Il cane che cercava l'orizzonte

C'è una storia che non riesco a leggere(dicono sia davvero preziosa, ma io non ci riesco ancora, mi riguarda troppo da vicino), si intitola il cane che guarda le stelle. Non so se il mio cane guardava le stelle, può darsi. Ma di certo era il cielo estivo, notturno, a posarsi sul suo corpo placido, minuto. Di certo il cielo estivo era più intenso, meno inaccessibile, siderale, quando c'era il mio cane disteso sotto la sua sfera. Lui rendeva tutto più semplice, mendo freddo, anche la distanza così remota che ci separa da altri universi, dalle galassie. Basta un parola così, galassia, per far sentire meno sicuri, più smarriti, da sola alimenta una sensazione di limitatezza. Ma al mio cane questo non importava, tutto quello che voleva era respirare l'aria fresca dopo una giornata torrida, indirizzarci uno sguardo d'intesa, camminare lentamente nella nostra direzione in cerca di un abbraccio. Gli bastava un angolo del balcone, la sensazione della sua pelle a contatto con il pavimento. La vita per lui era senza compromessi, Se qualcuno gli avesse fatto del male non lo avrebbe capito, ma nessuno si sarebbe azzardato. Nessuno in questa vita avrebbe mai toccato il mio cane(anche ai cani, portatori di un bene assoluto, spesso tocca patire le pene dell'inferno in un modo che non conosce davvero la pietà, per nessuno).
Avrei voluto tenerlo con me(con noi) il più a lungo possibile, e che il tempo rallentasse o persino si fermasse  di fronte alla sua presenza incrollabile. Anche quando il mio mondo andava in pezzi il mio cane era lì con i suoi occhi avvolgenti, che mettevano alla prova la mia voglia di stare al mondo, ci accompagnava con il ticchettio appena distinguibile dei suoi passi, pronto ad investirci con la sua gioia prepotente. Il mio cane ci ha abbagliati con la sua fedeltà che non avrebbe tradito per nessuna ragione, una fedeltà così assoluta da risultare  incomprensibile per chi non l'ha mai sperimentata.  
Noi siamo umani, lui no, non lo era. Per questo sarò sempre dalla sua parte. Avrei voluto che persino la natura si commuovesse, si piegasse voltando lo sguardo davanti alla sua mitezza, alla sua armonia, che facesse una eccezione. Forse anche il mio cane lo credeva. Anche alla fine ha cercato una vista, l'unica  che abbiamo potuto regalargli: un lungo balcone sotto quel cielo che non gli sembrava poi così incomprensibile come invece appare a me, oggi. Tutto in sua assenza sembra meno comprensibile, familiare. Quello che resta di lui sono dei giochi e una sua fotografia da dove ci indirizza ancora il suo sguardo che sprigiona gentilezza e il desiderio di starci accanto. Per questo non lo dimenticherò, mai, come non si dimentica tutto quel poco che conta davvero a questo mondo.     

venerdì 17 marzo 2017

La vita e la follia nelle immagini di Crewdson


A quanti piacciono le stazioni deserte, le fermate degli autobus vuote sotto la luce ronzante di un unico lampione, i desolati motel di provincia, le case con finestre a vista che danno su prati notturni, malati?
A quanti piacciono le case incendiate, gli oggetti maltrattati, in rovina, i salotti vuoti con un solo divano dove una figura stremata e nuda(una donna o un uomo, è lo stesso) si trova in attesa di qualcosa che sembra non dover arrivare mai?
A quanti capita di guardarsi davanti allo specchio in cerca di un dettaglio familiare nella propria immagine senza trovarlo, di sedersi sulla sponda umida di un letto disfatto in piena notte, di venire attanagliati dal desiderio violento e inesprimibile di scendere più in profondità, in cerca di un punto oscuro dentro se stessi e negli altri?
Gregory Crewdson è il cantore di queste immagini desolate, potenti e irrisolte. Nelle sue fotografie(veri e propri set cinematografici) ci sono svelamenti, separazioni, inquietudini espresse da luci misteriose che provengono da cieli inaccessibili, da buche nel bel mezzo di appartamenti in rovina, da auto vuote incagliate come relitti su anonime strade di provincia.

Spazi inesplorati, minacciosi, personaggi che assomigliano a fantasmi, immagini che provocano ripercussioni mentali e interiori. Il mondo di Crewdson è unico e assomiglia a quello di pochissimi altri(David Means o Lynch ad esempio). E' un universo fatto di punti di dispersione, di angolazioni aperte e tragiche sulle miserie umane, di orizzonti magnetici e spettrali. Le figure ritratte nelle sue foto sono spesso svestite, si aggirano scalze per strada, compaiono nude davanti a una finestra o irrompono nel mezzo di una scena familiare per sabotarne la perfezione tutta esteriore. Quelli messi in primo piano sono corpi tutt'altro che perfetti, precocemente invecchiati, pallidi e contriti come quelli di spettri o di alieni catapultati in un mondo che non capiscono e senza punti di riferimento dove restano intrappolati, impressi in immagini plastiche e traslucide dove si presentano attoniti, scabri e soli.




Quelle di Crewdson sono scene senza via d'uscita, che ricordano come nella vita ci sia sempre qualcosa di più profondo e disturbante che, ad un tratto, sfugge  al controllo della razionalità e pretende di essere messo in mostra.

lunedì 25 luglio 2016

Il circolo della verità di David Means


Se i libri non cambiano la vita a volte aiutano a capirla meglio.
Non capita spesso, ma quando succede è una specie di rivelazione, e a uno scrittore come David Means la verità, quella che assume le tonalità più cupe, meno rassicuranti, interessa non come materia narrativa ma come punto d'arrivo dell'esperienza umana. Quella delle storie contenute nel Pesce rosso segreto è un' umanità senza possibilità di riscatto, smarrita nel vasto panorama americano che disperde e fagocita tutto(sicurezze, innocenza e speranze), restituendo solo una gamma di dolori e rimorsi: quelli di un padre che non riesce a proteggere sua figlia, di un uomo che non è in grado di salvare con la forza della passione la donna amata, di tragiche amicizie senza fortuna o di morti sconnesse davanti a paesaggi notturni descritti da parole che assomigliano a lucidi fotogrammi.
In questo buio così umano e così poco consolatorio, la scrittura di Means mette insieme frammenti d'esperienze che affondano nell'assoluto e nell'inevitabile. E' una radiografia dettagliata, chirurgica, che segue lo sgretolarsi dei  rapporti e la fine di ogni illusione romantica. Il collante che tiene insieme le persone non è destinato a durare, lo smarrimento, la scomparsa sono sempre dietro l'angolo, le sabbie mobili della fatalità si schiudono sotto i passi dei protagonisti di questi racconti che sembrano barcollare sul piano inclinato della vita.
Ma l'effetto così unico della scrittura di Means  è quello di scandagliare gli attimi conclusivi dei suoi personaggi, quelli in cui una tossica sente la sua vita spegnersi davanti alla cornice nera e impassibile di un lago tra lenzuola di uno squallido motel, di un ragazzo ferito a morte perché troppo simile al suo aggressore, di un coppia strafatta in corsa su un auto nel buio del Midwest senza intuire che la fine è lì, a un passo. Means intaglia nella pelle dei suoi personaggi, cuce destini segnati da fatalità ed
ebbrezza, tratteggia la sua poetica in poche righe  dove appaiono figure memorabili segnate da dettagli anatomici così reali come lo sono i panorami sconfinati degli Stati Uniti, sfondo contraddittorio e ideale per ritrarre vite al macero e anime senza redenzione.
I segreti e i dolori galleggiano sulla superficie torbida della vita, è inutile fingere che non sia così.
David Means lo sa bene, siamo solo noi a non volerlo vedere.



domenica 10 aprile 2016

La Vita in fiamme, un racconto che nessuno vuole



Un racconto che nessuno vuole,
non è una novità per me, ma a questo tengo(per via della notizia di cronaca, così disturbante,
che lo ha ispirato) e perché certi fatti vanno raccontati e, soprattutto, ricordati.

LA VITA IN FIAMME

Di Matteo De Chiara



Da bambina il fuoco doveva farle paura. Come ne fa a tutti, per via delle sue potenzialità: l’effetto  di cancellare oggetti e vite nello stesso momento, senza distinzioni. Di irrompere in un universi ordinati per sconvolgerli in un istante, mettendo termine a quello che si credeva sicuro, intoccabile, senza fine.
Da piccola doveva avere un sacro terrore del fuoco. Come tutti. Forse è per questo che l’ha scelto, per avere la certezza che niente di lei sopravvivesse. O forse per fare  di se stessa qualcosa di diverso da altri che hanno scelto di tagliarsi le vene o lasciarsi esplodere su un cortile lastricato, dopo un salto di dieci piani. Tutto questo deve esserle sembrato estraneo, poco intonato con il grigiore della sua vita.  Ha voluto che la parola fine avesse una tonalità diversa, di un rosso acceso, indelebile; che non risparmiasse niente, fondendo quello che c’è stato di peggiore e di migliore in lei in un unico, irriconoscibile insieme. Non si è data altro tempo(perché concedersi proroghe se non si ha voglia di infliggersi la pena di un altro giorno da soli) anche se aveva poco più di vent’anni. Anche se dicono che la giovinezza sia il momento migliore in cui farsi avanti, in cui pretendere di essere almeno un granello nell’universo.


Per farlo non ha scelto un giardino, un prato sotto un luminoso cielo invernale; non ha voluto nessun orizzonte sconosciuto sopra o intorno a lei, nessuna luce che non fosse il suo corpo ritratto in  un ultimo, acceso bagliore. Non ha desiderato che qualcuno, casualmente, potesse assistere né che la contemplasse più del dovuto, dopo. Deve esserle bastato immaginare quella cancellazione catastrofica e irreversibile di se stessa(il processo messo in moto dal fuoco che incide e segna, lasciando tracce che nessuna rianimazione o trapianto può rimettere in sesto). Ha stabilito come l’avrebbe fatto nello stesso modo in cui si programma un’escursione tra i boschi: l’ora, il percorso e il peso da portare(una tanica di benzina che si è procurata dove e in che modo? Si può solo ammettere che quando si decide di fare certe cose non c’è ostacolo che tenga).
Dei vicini hanno ammesso di averla vista mentre risaliva verso l’appartamento dove viveva sola. Le mani strette faticosamente sull’impugnatura della tanica, lo sguardo proiettato altrove mentre la benzina ondeggiava contro le pareti di plastica diffondendo un suono sciabordante, piccole onde concentriche che trasmettevano una specie di messaggio in codice. Se solo qualcuno si fosse avvicinato o le avesse chiesto che intenzioni aveva … Ma nessuno ha pensato che fosse giusto intromettersi, disturbare quella lenta risalita lungo le scale o nella cabina dell’ascensore, la tanica sempre a fianco, unica concreta proiezione dei suoi pensieri.    
Non so cosa ha visto o immaginato mentre si cospargeva di benzina nella sua stanza, la bocca stretta senza emettere un suono, forse ha avuto la sensazione di essere travolta da densi spruzzi d’acqua dal sapore di petrolio simili a quelli della sua infanzia, di essere investita ancora una volta dall’abbraccio dal mare della città che ha lasciato per un’altra a nord (nord, una parola che evoca subito gelo e silenzio. Può darsi che abbia scelto per questo il fuoco: come un’ultima, disperata ricerca di calore). Ha lasciato un biglietto che le fiamme non hanno toccato, una breve confessione  in corsivo, consonanti e vocali unite solo per formare la parola ADDIO . Niente a che  vedere con i messaggi che altre figlie in giro per il mondo distrattamente indirizzano a madri consumate dall’ansia, o le mogli riservano alla passione dei mariti di ritorno a casa: parole scritte in fretta che nelle loro traiettorie sbilenche accrescono il piacere di essere vivi. 

Cenere alla cenere.